L’analisi dei costi di un portafoglio è la fase iniziale dell’attività di consulenza: un buon percorso di asset allocation per il cliente parte necessariamente dalla verifica degli investimenti attuali, della loro efficienza e, di conseguenza, del livello di costi che il cliente sta sostenendo.

Solitamente ci troviamo ad analizzare depositi titoli nei quali prevale la presenza di fondi a gestione attiva che presentano costi elevati a carico del sottoscrittore a fronte di performance non particolarmente brillanti.

Analisi dei costi dei fondi comuni (ESMA)

Questa verifica empirica è confermata dal report pubblicato a gennaio 2019 dall’ESMA ((European Securities and Markets Authority) che raccoglie i dati sui costi e sulle performance dei fondi di diritto italiano ed europeo, in possesso di Banca d’Italia e Consob.

La principale componente è rappresentata dai costi ricorrenti (ad esempio, le commissioni di gestione), mentre le commissioni di performance e quelle di sottoscrizione hanno un’influenza decisamente minore.

I costi sono più alti per i fondi azionari e per quelli che attuano strategie di investimento cosiddette “alternative”. A seguire, vi sono i fondi con strategie miste (i cosiddetti “bilanciati”) e i fondi monetari. In generale, i costi sono più elevati per il cliente “retail” rispetto agli “investitori istituzionali”.

Nel segmento dei fondi azionari, i costi dei fondi a gestione attiva sono più alti di quelli a gestione passiva (ETF) ovvero una performance – al netto dei costi – per i fondi attivi inferiore a quella dei fondi passivi.

Nel corso di decennio analizzato i costi dei fondi venduti alla clientela retail nella Ue sono rimasti più o meno invariati, risultando in media pari a:

  • 2 % annuo per i fondi azionari;
  • 1,8 % per i fondi che hanno strategie alternative;
  • 1,8 % per i fondi a strategia mista azionario/obbligazionario;
  • 1,4 % per i fondi obbligazionari.

L’impatto dei costi sull’efficienza

Il report segnala che i fondi comuni venduti in Italia sono i più cari d’Europa. Infatti, circa il 37% delle performance dei prodotti del risparmio gestito viene eroso dai costi, una percentuale ben superiore alla media del Vecchio Continente, pari al 24%. Soltanto Austria e Spagna hanno costi che si avvicinano a quelli del nostro paese. 

E’, quindi, molto importante operare una buona selezione degli strumenti considerando non solo i costi, ma anche la capacità del gestore di ottenere risultati migliori del mercato.

In pratica: se la gestione attiva tramite l’acquisto di un fondo mi garantisce un livello di rendimento maggiore dell’indice di riferimento (benchmark) sarò conseguenza più propensa a pagare un prezzo più alto rispetto a strumenti più economici che replicano semplicemente l’andamento del mercato (ETF).

L’importanza dei costi e della loro trasparenza è tema centrale della direttiva europea Mifid 2 entrata in vigore a gennaio 2018: lo scopo è di tutelare il risparmiatore imponendo a banche, società di intermediazione e altre istituzioni finanziarie una serie di obblighi in termini di trasparenza, chiarezza, comprensibilità e adeguatezza dei servizi offerti alla clientela.

Il nuovo rendiconto dei costi imposto dalla normativa, deve essere di facile lettura e comprensione per il cliente che è quindi messo nella condizione di valutare autonomamente costi e benefici dei propri investimenti.

Due anni da Mifid 2: la risposta alle regole di trasparenza imposte dalla normativa

Una ricerca condotta dalla School of management del Politecnico di Milano commissionata da Moneyfarm (piattaforma di consulenza indipendente), ha esaminato la qualità dell’informativa fornita da 18 grandi intermediari finanziari italiani focalizzati sulla clientela retail.

https://www.ilsole24ore.com/art/banche-poco-trasparenti-bocciate-tutta-linea-rendiconti-costi-inviati-risparmiatori-ACuudfw

Se l’obiettivo della direttiva Mifid2 era quello di rendere consapevoli i risparmiatori degli oneri che gravano sul rendimento del loro investimento, siamo ancora lontani da una riposta soddisfacente da parte di diversi istituti di credito.

Oltre a non essere stati tempestivi nell’invio, gli intermediari hanno inviato documenti poco chiari e in alcuni casi illeggibili, non focalizzando la comunicazione esclusivamente sui costi, spesso inseriti in copiose pagine per nasconderli, con l’uso di termini di non immediata comprensione (come “inducements” o “incentivi”) per comunicare i pagamenti che la banca riceve da terze parti per la vendita di determinati prodotti.

Solo cinque banche su 18 hanno rispettato integralmente tutti i requisiti minimi imposti dalla normativa.

Tutti gli intermediari hanno correttamente riportato i costi totali applicati all’investitore (in valore assoluto e in percentuale) e la ripartizione in forma aggregata dei costi in strumenti finanziari, servizi d’investimento e i pagamenti retrocessi alla banca da terzi.  Solo il 50% degli intermediari, però, ha per esempio indicato l’effetto cumulativo dei costi sulla redditività dell’investimento; e solo il 67% ha riportato correttamente l’onere fiscale dell’imposta di bollo e Iva.

In conclusione, il percorso verso la trasparenza e la chiarezza dei costi al fine di rendere maggiormente autonomo e consapevole l’investitore è ancora lungo: se non ancora ricevuto, visti i ritardi sopra accennati, consigliamo di richiedere il rendiconto dei costi e di rivolgersi ad una figura indipendente per dubbi e chiarimenti in merito.

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